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L’AUTORE DEL “CICCO E COLA”


Il 20 gennaio del 1903, moriva in Napoli Alfonso Buonomo, l’autore del “Cicco e Cola”, la geniale opera buffa, che, fino a pochi anni or sono, ha trionfato sulle scene del teatro di musica. Brevi necrologie annunziarono quella dipartita poi il nome del Maestro naufragò nell’oceano dell’oblio.
Alfonso Buonomo nacque fra noi in via S. Sebastiano N° 30, nell’anno 1829. Il padre suo, Giovanni, era uno dei migliori accordatori di pianoforti del suo tempo, tanto che ebbe la nomina di accordatore di Casa Reale.
Il Buonomo, giovinetto, studiò canto nel nostro Conservatorio di S. Pietro a Majella; ma, per una grave malattia alla gola, fu costretto a interrompere gli studi intrapresi, e si dette alla composizione.
Dopo poco vinse il concorso per il posto di alunno interno nel Conservatorio, e così potè dedicarsi con maggiore lena agli studi musicali che gli erano tanto a cuore. Suo maestro d’armonia fu il celebre Moretti.
Negli ultimi anni di collegio cominciò a scrivere la musica della commedia di Almerindo Spadetta: “Cicco e Cola”, eseguita, come ricorda il Florimo, per la prima volta al “Teatro Nuovo”, l’8 dicembre 1857.
Quando cominciarono i concerti della magistrale opera buffa, il Buonomo, nuovo alla vita e alla scena, temeva che il suo lavoro non ottenesse il plauso del pubblico napoletano; ma se egli pensava così, diversamente da lui pensavano coloro che erano vecchi ed esperti del teatro, e che perciò conoscevano assai bene i gusti del pubblico in genere e di quello partenopeo in ispecie. Sicché, intorno al Buonomo cominciò a gironzolare un tale, che, poi, il Maestro soleva chiamare, ricordandolo, “avvoltoio teatrale”. Questi, una sera, finalmente, prendendo il coraggio a due mani, chiese al Maestro se volesse vendere la sua opera. Al che il Buonomo rispose che sarebbe stato ben lieto di farlo, ma che mancava alla sua letizia una semplice formalità: il compratore. Quel tale soggiunse che al compratore ci avrebbe pensato lui. E, difatti, la sera stessa, mentre il Buonomo si avviava per la prova al “Teatro Nuovo”, seppe da quel messere che il compratore del “Cicco e Cola” c’era, ma che non voleva pagare per tale opera più di cento ducati. Al giovane maestro quella somma parve addirittura favolosa, quindi, accettò, contentandosi di pagare anche il poeta autore del libretto. E, la sera stessa del 6 dicembre 1857, nell’antico caffè “Testa d’oro”, fu stipulato il contratto, e l’opera venne comprata dall’impresario del “Teatro Nuovo” Antonio Musella.
Il “Cicco e Cola” piacque fino al delirio, e il Buonomo riscosse, fra una salva di applausi, le lodi vive di un colosso del melodramma: Saverio Mercadante. Quante volte, nelle ristrettezze finanziarie che lo affliggevano, il povero Buonomo soleva ripetere agli amici e ai familiari:”se non avessi venduto la proprietà del “Cicco e Cola”, le mie condizioni sarebbero ben diverse!”. Poco dopo il Musella vendette l’opera trionfatrice alla ditta Lucca, e così, dopo i clamorosi successi di Napoli “Cicco e Cola” fu rappresentato nel 1867 anche in Milano, ove si volle l’autore perché lo concertasse, e perché avesse, da vicino, le entusiastiche lodi dei milanesi.
Oltre il “Cicco e Cola” il dimenticato artista scrisse “L’ultima domenica di carnevale” su libretto anche dello Spadetta, rappresentata in Napoli al “Teatro Nuovo” nel carnevale del 1860. Lopera ebbe per esecutori: il Fioravanti, il Picone, il Palermo, il Savoia, il Pignata, la Zacconi e l’Alfieri.
Nel 1859 diede alle scene del “Nuovo” “La malora di Chiaia”. Nel 1865 si rappresentò al “Bellini” la sua applaudita commedia “Osti e non osti”, su libretto di Emanuele Bardari, opera che procurò al Maestro nuovi trionfi. Nel 1886, anche al “Bellini”, dette “Le follie amorose”. Nel 1867 fece rappresentare alla “Fenice”, “Tizio, caio e sempronio” che ebbe per esecutori il Lambiase, il Casaccia, il De Biase, il De Giorgio, il De Nunzio, il De Santis, la De Nunzio e l’Alfieri.
Nel 1871 seppe suscitare nuovamente l’entusiasmo del pubblico napoletano ed unanimi consensi col “Don Carbone e il marito geloso”. Nel 1881 scrisse per il “Nuovo” un dramma semiserio: “Ercole II”, e anche nel 1881, in collaborazione di altri maestri, scrisse il “ Bi – ba – bu”.
Il Buonomo compose inoltre molta musica da camera e sacra, e il suo capolavoreo di musica sacra è “Le tre ore di agonia”, eseguite in tutte le principali chiese di Napoli. Ebbe l’incarico di istituire la scuola di canto nel collegio della “Maddalena Maggiore” e fu anche maestro nell’educandato di “Regina Coeli”.
Un giorno, finita la lezione alle educande, il Buonomo usciva dalla scuola in compagnia del celebre pianista Cerimele che si congratulava con lui perché aveva ascoltato, il giorno innanzi la sua musica, eseguita a grande orchestra, in S. Maria la Nova, ricorrendo la festa di S. Giacomo della Mara, patrono dei musicisti. Il Buonomo ringraziò il Cerimele, e gli rispose: “Maestro, chi l’avrebbe mai detto che l’autore del “Cicco e Cola”, di “Osti e non osti” e di tante altre opere, avrebbe dovuto ridursi a suonare litanie e tantum ergo!… Ecco a che ci han portato i “vaudevilles” e i “cafes-chantants”!…
Amare e giuste parole che, a proposito di vera arte, di quell’arte che, sorridendo, non attossica e che, carezzando, non uccide, di quell’arte che non è fonte venefica di osceno riso e, tantomeno, solletico ai vecchi libertini: ma candido fiore di paradiso, potrebbero dire molti artisti nostri minacciati o soffocati da equivoci artifizi commerciali.
Dal Buonomo apprese la grammatica musicale il celebre maestro D’Arienzo, che, fanciullo, abitava con la sua famiglia, nello stesso palazzo dell’insigne musicista. Ebbe il Buonomo compagni nella sua radiosa vita artistica il maestro Costa, il Puzone, il de Giora, il Meglio, il Niccoli e, più di tutti, Paolo Serrao.
Il Buonomo, negli ultimi anni di sua vita, visse infermo e quasi dimenticato dai suoi amici e da coloro ai quali aveva fatto gran bene col consiglio dell’amico, con la bontà dell’uomo. Pochissimi erano quei maestri che si recavano a fargli visita. Eppure, per lui, vecchio e depresso, il rivedere un compagno era una festa addirittura, perché si ricordava dell’arte che gli era stata e gli era tanto cara, di quell’arte di cui egli non s’era mai servito per inebriare i sensi, per isterilire i cuori, per mutare gli uomini in bestie e per far lotta al pudore. E dell’Arte, se ebbe gloria, non ebbe in vita, neanche una modesta agiatezza, e non ha avuto in morte né una pietra né una parola che, a quelli che verranno, ricordi un autentico genio partenopeo dell’opera buffa in musica. Ma S.E. il Duca Niutta, napoletano di puro sangue, che ama la sua terra con vero affetto filiale e ha il culto per tutti coloro che la onorano, siamo sicuri che spezzerà l’annoso e ostinato silenzio che tiene stretto nelle sue spire la memoria del maestro Buonomo, e farà sì che per lo meno si possa esclamare col poeta: “Virtù viva sprezziam, lodiamo estinta!”.

Guido Polisiero
(“Il Roma della domenica”)